Da decine di anni cammino in natura sia come escursionista che come guida e proprio qualche giorno fa riflettevo sul fatto che non sono mai stato attenzione di una zecca, di altri “compagni” di bosco si ma della zecca mai pur avendomela trovata sui pantaloni o sulle scarpe.
Siccome la zecca è stata sempre indicata come l’artefice di tutti i mali in ambito escursionistico ho fatto una ricerca in merito e ve la racconto qui sperando non di preoccuparvi ma sicuramente di rendervi più consapevoli e preparati per affrontare le passeggiate in natura con più serenità.
Tutto parte da una inspiegabile reazione allergica di qualche anno fa che mi ha fatto letteralmente penare per settimane… Ma andiamo con ordine.
L’articolo è lungo ma occorre fare chiarezza e penso che valga la pena prendersi qualche minuto per leggerlo.
Partiamo dalle più comuni conseguenze naturali nella pratica del trekking o più in generale dell’escursionismo escludendo da questo articolo sia i rischi dovuti a incidenti vari che possono avvenire prima, durante e dopo l’escursione, men che mai di quello che si raccoglie impropriamente dai boschi per fini alimentari.
Se siamo già allenati o alle prime armi dovremmo essere coscienti che la nostra salute generale dovrebbe essere buona e non aver subito interventi chirurgici di qualsiasi genere di recente. Quindi nessun problema di base importante come pressione sanguigna, battito cardiaco, respirazione e apparato muscolo scheletrico.
Tralasciando le buone abitudini alimentari che pure sono importantissime e si da per scontato che vengano adottate, rendiamoci conto che il trekking, i cammini e l’escursionismo in generale non sono discipline sportive ma richiedono comunque una sollecitazione notevole perché di solito si impegna il corpo non per pochi minuti, come in una lezione di nuoto o di palestra, ma di ore per un escursione giornaliera e di giornate o settimane per i trekking o cammini.
A questo proposito vediamo cosa succede al nostro corpo quando iniziamo e completiamo un escursione di media difficoltà. Chi è escursionista si riconoscerà in questi casi.
Di solito le escursioni partono da un dislivello basso per proseguire in alto e raggiungere un dislivello massimo meta del trekking anche su più giorni di cammino. Oppure ci sono saliscendi continui che portano ad un cambio costante di passo e di ritmo. La velocità naturale che si tiene durante la prima fase è di 1,5/2 km orari circa.
I casi di cui sopra portano ad un immediato innalzamento del ritmo cardiaco, assolutamente normale, che ci fa sentire affaticati durante la prima fase dell’escursione. Di contro la pressione sanguigna diminuisce. Siamo in presenza di una situazione opposta a quella che giornalmente ci capita con la vita sedentaria !
Il corpo si risveglia, il cuore comincia a farsi sentire, la respirazione si fa più rapida, il sangue scorre più velocemente nelle vene e si fa più fluido per raggiungere i tendini che sollecitano tutti i muscoli interessati, anche quelli che sono posti nei punti dove neppure l’attrezzatura più complessa in palestra può arrivare. Cominciamo a sudare… ottima cosa perchè significa che tutto funziona.
Questa complessa macchina che è il nostro corpo comincia a dare il suo massimo e ce ne accorgiamo quando chi prima, chi dopo, arriva a non sentire più quella fatica iniziale che in alcuni casi ci fa fermare più volte, cosa che dovremmo man mano evitare.
Il cuore, i polmoni, la circolazione sanguigna e la muscolatura hanno preso il ritmo giusto per il nostro corpo. Ognuno di noi è diverso ma in genere, se si è in buona salute, questa sensazione già si ha dopo un ora di cammino regolare senza strappi o forzature inutili. Ognuno di noi avrà il suo ritmo cardiaco e la sua pressione sanguigna ottimale per far funzionare la “macchina”.
Questo funziona se continuiamo a idratarci bevendo costantemente acqua, non dobbiamo arrivare mai ad averne estremo bisogno.
Finita la passeggiata, magari avendo fatto più in fretta al ritorno perché in ritardo, ci mettiamo in macchina e ritorniamo a casa… Nulla di più sbagliato. I nostri muscoli, il cuore e la respirazione dovrebbero ritornare alla normalità, dovremmo fare dei movimenti lenti e di allungamento per far rientrare alle condizioni di base la nostra “macchina” ! Potremmo fare questo stretching, come viene chiamato, facendo piccole fermate con esercizi di rilassamento durante l’ultima fase del percorso. A lungo andare se non lo facciamo andremo incontro a sicure conseguenze.
Il terreno irregolare, le pendenze e il trasporto dello zaino sollecitano intensamente il corpo:
- Distorsioni della caviglia: rappresentano l’infortunio più comune (circa il 40% degli incidenti sui sentieri) dovuto a sassi, radici o stanchezza.
- Dolore al ginocchio: si manifesta soprattutto durante la discesa, quando l’articolazione e i muscoli (come il quadricipite) devono agire da “freno” contrastando la gravità.
- Mal di schiena e dolore alle spalle: causati spesso da uno zaino regolato male o troppo pesante, che non scarica correttamente il peso sulla fascia lombare.
- Stiramenti muscolari e infiammazioni: inclusi tendiniti o dolori muscolari nei giorni successivi dovuti a sforzi eccentrici ripetuti.
Per chi non è in salute al 100% potrebbe avere altre conseguenze:
La quota e lo sforzo intenso richiedono estrema attenzione in soggetti con quadri clinici specifici:
- Ipertensione e problemi cardiaci: salendo in quota la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca tendono ad aumentare. Sopra determinati dislivelli, alcuni farmaci antiipertensivi possono subire alterazioni nella loro efficacia. Chi ha problemi cardiaci severi deve generalmente limitare la quota e l’intensità dello sforzo.
- Diabete: l’altitudine e lo sforzo prolungato possono causare una forte variabilità della glicemia, richiedendo un monitoraggio costante.
Andiamo adesso alle problematiche che non dipendono dal nostro corpo ma da fattori esterni… e soprattutto al tipo di ambiente in cui andiamo a fare la passeggiata.
Quello che può capitare in Sicilia facendo trekking è molto diverso da quello che può capitare nel resto del continente: non abbiamo predatori diretti dell’uomo, i carnivori sono pochi e comunque non all’altezza di attaccare l’uomo, il massimo che può accadere è un contatto con un cane randagio o un cinghiale che potrebbe, ma quasi mai lo fa, attaccarci per difendere la prole.
E andiamo a quello che mi è successo tempo fa, non una zecca, non la processionaria, non un ragno, non una zanzara, tantomeno una mosca cavallina o una medusa… ma semplicemente una Euphorbia, si una pianta…
Mentre ero a pulire un sentiero per l’esecuzione di una escursione mi sono evidentemente imbattuto nel liberare anche qualche ramo di Euphorbia troppo presente sul sentiero. Pur usando i guanti, recidendo con la tronchese il tenero fusto e passando il braccio nudo avanti mi sarà colato, senza accorgermene, il bianco lattice che la pianta produce naturalmente. Inizialmente neanche me ne accorsi ma arrivando a casa, sotto la doccia, vidi nel braccio sinistro come una frustata arrossata e bruciante sotto l’acqua calda… feci un attimo di recap e da una breve ricerca sul web, confermata poi dal mio medico curante, era stata lei. Non oso immaginare se avessi portato agli occhi quel lattice…
Dopo qualche giorno il rossore si espanse a tutto il braccio e poi il prurito mi prese in parte del corpo dandomi fastidio per almeno 15 giorni. Il tutto trattato con antistaminici locali e generici pur non essendo allergico a nulla. Se fosse successo a qualcuno che è già predisposto alle allergie non so come sarebbe finita la semplice carezza di una bellissima Euphorbia dendroides !
Quindi non dare mai nulla per scontato quando si è in natura, siamo ospiti e dobbiamo sapere come essere rispettosi di ambienti che non sono nostri ma di altre specie, ben più attrezzate di noi !
E cosa ne pensate se vi dico di stare attenti alle ferite di un semplice Rovo per graffi o per puntura, cosa che accade molto spesso ?
I graffi causati dalle spine del rovo selvatico (Rubus ulmifolius) sono tra gli imprevisti più comuni durante un trekking in Sicilia, specialmente quando si attraversano sentieri poco battuti o macchia mediterranea fitta.
Anche se un graffio da rovo sembra un problema minore, può comportare rischi di infezioni batteriche se la spina è sporca di terra o se la ferita non viene trattata.
Il rischio principale: infezioni cutanee batteriche
Le spine dei rovi penetrano nella pelle e possono spingere all’interno batteri normalmente presenti sull’ambiente o sulla cute stessa.
Stafilococco e Streptococco: sono i batteri più comuni. Se la ferita si infetta, nei giorni successivi noterai arrossamento che si estende, calore locale, gonfiore, dolore pulsante e, talvolta, la formazione di pus o piccole croste mielose (impetigine).
Infezioni da corpo estraneo: spesso le micro-spine dei rovi si spezzano sotto la pelle. Se un frammento rimane all’interno, il corpo reagisce formando un piccolo granuloma o una micro-infezione localizzata per tentare di espellerlo.
Il rischio grave (ma prevenibile): Il Tetano
Il batterio del tetano (Clostridium tetani) vive sotto forma di spore resistenti nel terreno, sulla polvere e sul materiale vegetale (inclusi i rovi e i rami secchi).
Se la spina del rovo è sporca di terra e penetra in profondità, può depositare le spore nei tessuti.
Cosa fare: il rischio è azzerato se sei coperto dalla vaccinazione antitetanica (il ciclo base più i richiami effettuati ogni 10 anni).
Come gestire un graffio da rovo sul sentiero
Lava subito: non appena possibile, lava la ferita con abbondante acqua pulita (va bene anche l’acqua della borraccia) e sapone per rimuovere i residui di terra.
Rimuovi le spine: se vedi frammenti di spine conficcati, usa una pinzetta da spedizione disinfettata per estrarli delicatamente.
Disinfetta: applica un disinfettante non alcolico (es. cloridrina o iodopovidone) e proteggi i tagli più profondi con un cerotto per evitare che tocchino altra polvere.
In Sicilia, lo scenario epidemiologico legato ai trekking presenta alcune differenze sostanziali rispetto ad altre regioni italiane (come l’arco alpino o l’Appennino settentrionale). La combinazione di clima mediterraneo, pascoli e aree boschive (come nei parchi delle Madonie, dei Nebrodi o sull’Etna) sposta l’attenzione su patogeni specifici.
Ecco come cambiano i rischi di infezione se fai escursionismo in Sicilia:
Il rischio principale: la Febbre Bottonosa del Mediterraneo
A differenza del Nord Italia, dove dominano la Malattia di Lyme e la TBE, in Sicilia il principale batterio trasmesso dalle zecche (principalmente Rhipicephalus sanguineus, la zecca del cane, ma presente anche su animali selvatici e al pascolo) è la Rickettsia conorii.
La malattia: causa la Febbre Bottonosa del Mediterraneo.
I sintomi: si manifesta dopo circa 5-7 giorni dal morso con febbre alta improvvisa, forti dolori articolari e muscolari, e la comparsa di un esantema (macchie rosse) su tutto il corpo, inclusi i palmi delle mani e le piante dei piedi. Nel punto del morso si forma spesso una tipica crosticina nera (chiamata “tache noire”).
Trattamento: è un’infezione batterica e risponde molto bene alla terapia antibiotica specifica (es. doxiciclina) se diagnosticata in tempo.
Malattia di Lyme e TBE (Encefalite da zecca): rischio molto basso
Malattia di Lyme: La zecca Ixodes ricinus, che trasmette il batterio della Lyme, predilige ambienti molto umidi e freddi. In Sicilia i casi sono estremamente rari o perlopiù d’importazione (persone che hanno contratto l’infezione altrove), sebbene una minima vigilanza nelle aree boschive più umide e stanziali dei Nebrodi o delle Madonie sia sempre consigliata.
TBE (Encefalite da zecca): la Sicilia non è un’area endemica per la TBE. La presenza di questo virus è circoscritta quasi esclusivamente al Nord-Est Italia (Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia).
La Processionaria del Pino (Thaumetopoea pityocampa)
Rappresenta un pericolo sanitario concreto per gli escursionisti, specialmente durante la fine dell’inverno e l’inizio della primavera (tra febbraio e aprile/maggio), quando i bruchi scendono dagli alberi in fila indiana per interrarsi.
I problemi di salute non sono causati da virus o batteri, ma dai peli urticanti del bruco, che contengono una tossina altamente irritante (la taumetopoeina).
Contatto con la pelle (Dermatite da contatto)
È lo scenario più comune nei sentieri. Può avvenire toccando direttamente i bruchi, sedendosi vicino a un tronco infestato o tramite i peli dispersi dal vento.
Sintomi: provoca una reazione infiammatoria violenta con forte prurito, rossore, bruciore e la comparsa di pomfi (simili a punture di ortica) nelle zone esposte.
Cosa fare subito: lavare abbondantemente la parte con acqua e sapone per rimuovere i peli rimasti. Evitare assolutamente di grattarsi, perché potresti spingere i peli ancora più a fondo nella pelle. Se necessario, usare nastro adesivo sulla zona per “strappare” via i peli invisibili prima di lavare.
Contatto con gli occhi (Congiuntivite e Cheratite)
I peli urticanti sono volatili e possono essere trasportati dal vento a metri di distanza, finendo negli occhi.
Sintomi: causa grave congiuntivite, arrossamento, lacrimazione intensa e dolore. Se il pelo penetra nella cornea, può provocare lesioni più gravi (cheratite).
Cosa fare subito: risciacquare immediatamente l’occhio con abbondante acqua fresca o soluzione fisiologica sterile e consultare un medico.
Inalazione (Vie Respiratorie)
Respirare l’aria vicino a una forte infestazione o a nidi vecchi distrutti può far penetrare i peli nelle vie aeree.
Sintomi: starnuti, mal di gola, tosse e difficoltà respiratorie. Nei soggetti asmatici o allergici può scatenare un vero e proprio attacco d’asma o una reazione anafilattica.
Acqua e gastroenteriti nei sentieri siciliani
Durante le stagioni calde, molti corsi d’acqua minori in Sicilia si seccano o subiscono una drastica riduzione della portata, diventando stagnanti.
L’acqua stagnante aumenta la concentrazione di parassiti come la Giardia o batteri legati alle feci degli animali al pascolo (bovini, ovini e suini neri dei Nebrodi).
Nelle zone fangose o vicino ad abbeveratoi per il bestiame, sussiste inoltre il rischio di Leptospirosi se si cammina a piedi scalzi o con ferite aperte esposte all’acqua contaminata.
Cosa fare per proteggersi nei trekking in Sicilia
Copertura e repellenti: usare pantaloni lunghi chiari (per individuare subito i parassiti) e applicare repellenti specifici per zecche a base di DEET o Icaridina.
Attenzione ai pascoli: le aree di transito del bestiame (molto frequenti nei parchi siciliani) sono i luoghi a maggiore densità di zecche. Evitare di sedersi direttamente nell’erba alta vicino a queste zone.
Controllo post-escursione: al rientro, ispezionare accuratamente il corpo. Se si trova una zecca, rimuoverla usando una pinzetta a punte sottili afferrandola alla base e tirando verso l’alto senza schiacciarla, ed evitare assolutamente di usare alcol, olio o fonti di calore.
Rivolgersi al medico per gli eventuali controlli successivi.
Ovviamente è sottinteso che va usato sempre un abbigliamento consono e un paio di scarpe adatte a terreni instabili e preferibilmente alte alla caviglia.
Non sono problemi gravi ma è sempre bene conoscerli per prevenire e godersi le passeggiate in natura che poi, fatte costantemente, aiutano moltissimo sia la cura di certe patologie che la vita in generale perché abbassa lo stress e in sistema nervoso centrale.
Il trekking infatti migliora la salute fisica e mentale, stimola il sistema cardiovascolare e riduce lo stress.
Benefici fisici
- Apparato cardiovascolare: aumenta la resistenza del cuore, regola la pressione sanguigna e migliora l’ossigenazione dei tessuti.
- Tonificazione muscolare: rinforza gambe, polpacci, glutei, addominali e i muscoli del core, core, non cuore, ovvero quelli che regolano la gravità del corpo; l’uso dei bastoncini coinvolge anche la parte superiore del corpo.
- Salute delle ossa: aiuta a prevenire l’osteoporosi aumentando la densità ossea grazie al carico naturale del corpo in movimento.
- Controllo del peso: permette di bruciare un elevato numero di calorie (fino a 400-500 kcal l’ora a seconda del ritmo e della pendenza).
- Articolazioni ed equilibrio: camminare su terreni irregolari migliora la propriocezione, la stabilità e la coordinazione.
Benefici mentali e psicologici
- Riduzione dello stress: abbassa i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) e l’attività del sistema nervoso simpatico, soprattutto nei contesti boschivi.
- Miglioramento dell’umore: favorisce il rilascio di endorfine e serotonina, combattendo ansia e stati lievi di depressione.
- Creatività e concentrazione: il contatto con la natura e il distacco dai ritmi quotidiani rigenerano l’attenzione e stimolano i processi creativi.
- Qualità del sonno: l’esercizio all’aria aperta favorisce un ciclo circadiano regolare e un sonno più profondo.
Spero che da domani quando andremo in escursione saremo tutti, guide ed escursionisti più consapevoli ! Nello zaino quindi al netto di quello che può fornire la guida portatevi qualcosa che possa immediatamente alleviare le piccole ferite o ancora meglio disinfettarle.
Foto e testi: ©Giorgio De Simone.
Per contattarmi compilare il modulo on line










